2010-10-23 Paura e delirio a Kipusha

Posted: dicembre 29, 2010 in Kinshasa

Quando Ando mi chiama, alle 5.00 del mattino, in realtà sono già sveglio da un pezzo. Dalla finestra osservo l’alba colorare il cielo di arancione, come un immenso incendio all’orizzonte, e sorrido tra me e me, pensando che Legolas direbbe che durante la notte è stato versato del sangue.

In effetti è parzialmente vero, perché durante la notte una mamma ha messo al mondo un bimbo sul pavimento del centro di salute. Stanno entrambi bene.

Quando mi dirigo verso il sito di vaccinazione, a pochi metri dal centro di salute, trovo già centinaia di persone in coda. Molte mamme, come quella che ha partorito, sono arrivate ieri sera e, con tutti i loro bambini, hanno dormito per terra, nella struttura sanitaria o sotto gli alberi.

Ieri io e Ando abbiamo formato il personale dei due siti, il suo a Mopala e il mio qui a Kipusha, così ho confermato a me stesso di aver ben assimilato la teoria e di saperla spiegare ad altri, persino in francese, che non è poco per me! Inoltre, per la prima volta in tutta la mia esperienza africana, la mia équipe ha compiuto l’impossibile arrivando puntuale.

Ciononostante la teoria non prevedeva una folla impaurita, pressante, per nulla disposta ad ascoltare le istruzioni e del tutto incapace di mantenere un minimo d’ordine. Dopo sole due ore spingono a tal punto da sfondare la rete del sito ed invaderci letteralmente. Ancora una volta, sono obbligato a fermare tutto, nonostante questo voglia dire perdere del tempo prezioso. I villaggi in cui dobbiamo vaccinare sono a grande distanza tra di loro, per cui possiamo fermarci soltanto un giorno in ognuno di essi. È quindi molto importante riuscire a vaccinare il maggior numero possibile di bambini prima di spostarsi al villaggio successivo, in modo da assicurare una copertura minima di sicurezza. Le persone da parte loro hanno paura, perchè questa è una zona completamente isolata, con decine di villaggi sparpagliati qua e la come macchie di colore sulla camicia di un pittore; tutti sanno benissimo che il morbillo è un pericolo enorme ed alcuni di loro, sapendo che ci sono dei casi confermati nei loro villaggi, sono scappati nei boschi con tutta la famiglia.

Ora sono qui, davanti a noi e all’unica speranza che hanno di far fronte alla malattia, e vogliono assolutamente ricevere il vaccino.

Farli retrocedere è impossibile; siamo tre disperati che ne spingono più di mille e le guerre tra disperati in genere non hanno esiti rincuoranti. Cerco di trovare una soluzione alla svelta, ma sono talmente arrabbiato da non riuscire a concentrarmi; avremmo bisogno di più tempo; avrei bisogno di farmi capire da queste persone che mi parlano in kibemba senza capire che non capisco un accidenti di quello che mi dicono; vorrei poter spiegar loro che ci sono vaccini a sufficienza per tutti e che, se si disponessero in una fila ordinata, il lavoro procederebbe con più rapidità; ma non c’è verso…

Cerco di riorganizzare un confine con i pezzi di rete che rimangono, ma dopo un’altra mezz’ora sfondano di nuovo tutto. Allora prendiamo delle panche che ci sono li attorno e le disponiamo una sull’altra, creando una sorta di barriera con un piccolo passaggio dal quale fare entrare i bambini e le mamme con una parvenza d’ordine. Ma il disordine ci accompagnerà per tutta la giornata.

Il meccanismo è sempre lo stesso: quando una mamma entra nel sito si fa passare tre o quattro bambini dalla gente che aspetta fuori; non c’è modo di capire se sono realmente i suoi figli o no; i più grandi scavalcano la barriera e i più piccoli, come sempre, subiscono spintoni, colpi e strattoni.

In un modo o nell’altro il lavoro procede; mangiamo un paio di biscotti BP5, stracarichi di nutrienti, senza fermarci; io saltello tra le diverse postazioni dando una mano dove c’è bisogno; essere infermiere torna comodo perchè posso ricoprire tutti i ruoli senza problemi, cosi’ somministro la vitamina A, compilo le carte di vaccinazione con i dati fissi (data, luogo e fascia d’età), cerco di far retrocedere la gente nei momenti di maggior pressione, rifornisco le varie postazioni con il materiale che scarseggia e preparo qualche dose di vaccino quando vedo che i due preparatori rallentano il tiro.

Ad un certo punto, quando sento che il nervosismo e la stanchezza cominciano a farmi perdere pazienza e razionalità, arriva il piccolo avvenimento del giorno; quello che, quando meno me lo aspetto, mi riporta coi piedi per terra e mi impartise una lezione che non pensavo di ricevere.

Una mamma entra nel sito con un bimbo sulla schiena ed un altro, di circa due anni, per mano. Quest’ultimo piange disperatamente; in mezzo alla folla avrà ricevuto parecchi strattoni e, adesso che è il suo turno, non si sente per nulla sollevato all’idea di aver patito tanto per farsi piantare un ago nel braccio. Quando mi vede cerca di divincolarsi in tutti i modi dalla mamma ed io penso che, come molti, sia spaventato dalla vicinanza col mzungu e voglia darsela a gambe (gli inseguimenti dei bambini che si divincolano dalle mamme sono la parte più divertente della vaccinazione), ma quando il piccolo riesce a liberarsi, invece di scappare, corre verso di me e si aggrappa alla mia gamba con tutte le sue forze; poi alza le braccia verso di me, in un gesto a quanto pare universale che significa “prendimi in braccio”.

É la prima volta che mi succede in Congo. Quando lo sollevo il pianto muore all’istante; mi guarda negli occhi e poi appoggia la testa sulla mia spalla, come a voler dire “finalmente sono al sicuro”. Sarà brutto quando capirà che non è proprio cosi…

Mentre faccio la registrazione insieme alla mamma mi accorgo che la mia maglietta si inumidisce al contatto con i pantaloni del bambino; mi piacerebbe credere che sia soltanto sudore, ma è evidente che si è fatto la pipi’ addosso, per la paura o per le lunghe ore d’attesa, o forse per entrambe. Non ci do troppo peso tanto, col caldo che fa, la maglia si asciugherà in un paio di minuti. Il bambino comincia a toccarmi e controllarmi con curiosità; spulcia i miei capelli come farebbero due scimmie in intimità, poi pizzica delicatamente la pelle del collo e, in seguito, solleva il colletto della maglia e sbircia il mio petto. La mamma ride divertita e io le sorrido un po’ imbarazzato; un po’ parecchio in effetti. Infine arriva il momento della vaccinazione, per cui lo faccio scendere e lascio che la madre lo tenga vicino a sè.

Quando l’ago gli buca il braccio il piccolo ricomincia a piangere, ma non si dimena nè cerca di divincolarsi. Una volta terminato tutto, proprio quando non resta che tornare a casa, lui si siede per terra e piange, tenendosi le mani sulla fronte. L’immagine è tragicomica; mi dispiace ridere e mi dispiace che tutti gli altri ridano di fronte a quella che per lui è una disgrazia bella e buona, ma tanta espressività in un bambino di due anni è davvero grottesca…

Gli faccio un paio di foto e, come tutti i bambini di questo paese, anche lui si tranquillizza di fronte alla magia che una fotografia rappresenta per lui. In seguito la mamma riparte con i figli ed io ritorno al mio lavoro, ma con un bel ricordo in più da conservare.

Continuiamo fino a quando non diventa buio ed anche allora lavoriamo utilizzando le torce, ma proseguire diventa troppo difficile; il buio in Africa è un buio vero, non si vede ad un palmo dal naso. A questo punto chiediamo al centinaio di persone ancora in coda di tornare domani mattina presto, cosi’ da ultimare il lavoro.

Raccogliamo il materiale e lo riportiamo al centro di salute, nella stanzetta che fa da sito di stoccaggio. Mentre gli altri sistemano il tutto, io comincio a fare i vari conteggi, per poi compilare il rapporto giornaliero e chiamare col satellitare la base di Sakania, per comunicare i risultati.

Mentre sono assorto nei conti mi si avvicina l’AC, una delle autorità del sistema sanitario congolese che ci accompagna nella vaccinazione; mi porge la mano e gliela stringo, anche un po’ distrattamente, pensando che voglia soltanto salutarmi, ma dopo qualche secondo lui continua a stringerla e allora mi rendo conto che vuole dirmi qualcosa.

Questa mattina è partito insiema a Ando per il sito di Mopala, ma mi dice che, mentre tornava, era certo di trovarmi ancora al lavoro ed in effetti quando sono arrivati noi eravamo ancora in piena vaccinazione. Mi dice anche che ha parlato con qualcuno della mia équipe e che sono tutti molto contenti, perchè mi hanno visto darmi molto da fare, più di quanto normalmente un mzungu faccia.

Credo sia un’esagerazione, ma è anche vero che gli expat rivestono sempre ruoli di supervisione e questo puo’ dare l’impressione che lavorino meno o che facciano un lavoro meno faticoso degli altri; in ogni caso lo ringrazio, con un po’ di imbarazzo, ma lui, sempre stringendomi la mano mi dice: “No no, sono io che sono qui per ringraziarti, a nome di tutti quanti”.

A questo punto mi sento un po’ scemo perchè non so più cosa rispondere, ma lui non aspetta una risposta, lascia la mia mano e se ne va. Mentre osservo la porta dalla quale è uscito, mi rendo conto che forse questa è la prima volta che qualcuno mi ringrazia per aver fatto il mio lavoro e mi osserva come se davvero avessi reso un servizio importante. È vero che il tuo lavoro è soltanto il tuo lavoro e sei obbligato a farlo, ma quando qualcuno mostra un minimo di gratitudine fa piacere ugualmente, per cui decido che posso ritenermi soddisfatto, soprattutto perchè, nonostante la dura giornata e le innumerevoli difficoltà, abbiamo vaccinato 1300 bambini.

Forse l’AC non lo sa o non se ne rende conto, ma il vero ringraziamento qui deve andare a tutte quelle persone che, con le loro donazioni, hanno reso possibile questa vaccinazione, come molte altre, permettendoci di evitare, o arginare, una catastrofe. Forse è questo il rimando che manca; una persona fa una piccola donazione e poi rimane col dubbio perenne che i soldi che ha dato siano finiti nelle tasche di qualche approfittatore. Sicuramente un’ONG come MSF ha dei costi di gestione impressionanti, molto al di sopra di quanto loro stessi vorrebbero, ma quei soldi li utilizzano per fare cio’ che promettono e arrivare nelle zone più remote del mondo e mettere su una vaccinazione non è cosa da poco. Già solo riuscire a mantenere i vaccini al freddo, il che vuole dire ad una temperatura ben precisa che non sia né inferiore allo 0 né superiore agli 8 gradi, in un luogo senza corrente e con temperature che arrivano tranquillamente a 45 gradi, richiede del materiale appropriato e quindi costoso.

E questo materiale c’è grazie ai donatori e grazie anche a tutte quelle persone che si sbattono per banchetti a destra e sinistra, ad ogni fiera e ad ogni sagra, per racimolare cifre che sembrano ridicole ma che, quando finiscono nel calderone, rendono possibile l’impossibile.

Grazie quindi, a nome dell’AC e dei bambini che oggi, e nei mesi futuri, non moriranno di morbillo.

E a titolo personale vorrei ringraziare anche tutti quelli che mi hanno sostenuto e incoraggiato e che ancora hanno voglia di leggere le esperienze e le impressioni di questo giovane ed ingenuo viaggiatore.

 

Commenti
  1. Maria Rosa scrive:

    Ciao Andrea, mi piace sempre tanto leggere quello che scrivi. Lo fai talmente bene che dopo un pò che leggo mi sembra di essere lì vicino a te e di vivere le stesse tue esperienze. Ma soprattutto bravo per quello che fai e meno male che ogni tanto qualcuno riconosce tutto l’impegno che ci metti.
    Se non ci capita di sentirci in altro modo ti faccio già i miei super auguri per l’anno nuovo.
    Quello che desideri maggiormente tu lo possa fare. un abbraccio Maria Rosa

    • 1mzungu scrive:

      Ciao carissima. Grazie mille, un sacco di augurissimi anche a te, anzi anche a voi. Mi fa piacere saper che sei una mia lettrice affezionata. Grazie per l’appoggio e…be’ grazie per essere cosi’ come sei.
      Un abbraccio

  2. Maria Rosa scrive:

    Sono ancora in ufficio, ma per poco, tra una mezz’ora esco e finisco un altro anno in questo Ufficio. a gennaio faccio 32 anni di lavoro. Forse ho sprecato la mia vita dentro queste mura, ma per fortuna ho trovato qualche altra piccola soddisfazione.
    L’augurio che ti faccio per l’anno nuovo è di trovare la tua strada, ovunque questa sia.
    Fai sì che ogni tanto ci sia un incrocio con la mia. Ho tanta voglia di vederti.
    Un abbraccio, e se questa notte ti sdrai e vedi le stelle …cercami… Buon anno 2011

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