Gli ultimi giorni sono stati parecchio intensi. Una volta arrivati a Tshikapa abbiamo preso contatto con le autorità del posto, che ovviamente erano già a conoscenza dell’arrivo di un mzungu, che in realtà qui chiamano Mutoke. Abbiamo cominciato ad indagare presso il centro di cure della città, per quantificare il numero di persone che vengono espulse dall’Angola e che si riversano nei diversi villaggi della zona di Kamonia, ma con nostra sorpresa abbiamo scoperto che a Tshikapa non avevano alcuna informazione precisa al riguardo e che, a quanto pare, a Kamako c’è un’ONG locale il cui responsabile si rifiuta di condividere i dati con le autorità e ne approfitta per gonfiare le cifre in modo da farsi inviare aiuti, che intasca per se. Nulla di così incredibile…
Già a Tshikapa quasi ogni abitazione, che non sia una catapecchia, ha le mura dipinte di colori vivaci e l’icona dei diamanti in bella mostra; l’albergo stesso in cui alloggiamo si occupa anche di compravendita di diamanti. A quanto pare questa è una zona ad altissimo traffico di pietre preziose, ma le conseguenze che questa disperata ricerca al diamante comporta le comprenderò soltanto nei giorni futuri.
Il mattino successivo, prima di partire, faccio un cambio di denaro
perché abbondiamo di dollari, mentre i franchi cominciano a scarseggiare. Arriva in hotel un signorotto ben pasciuto con un sacco pieno e in pochi istanti piazza sul tavolo una collina di banconote. Io e Joel cominciamo a contare, mentre il tizio rimane li a guardare annoiato. Lui ci è abituato, ma contare 900 mila franchi in banconote da 500 non è mica così immediato…
Finita la transazione, carichiamo tutti i kit personali sulle jeep e partiamo per Kamonia. Il viaggio dura qualche ora su una strada non stupenda, ma nemmeno terribile come quella per arrivare a Tshikapa. Kamonia è il villaggio che dà il nome all’intera ZS (Zone de Santée) ed è l’ultimo centro prima della grande riviera che ci separa dai villaggi di frontiera, quelli in cui si riversano tutti gli espulsi dall’Angola.
Anche in questo caso, la prima attività al nostro arrivo è quella di visitare le autorità del villaggio. Ogni volta che arriviamo in un nuovo centro dobbiamo recarci da loro, oliare bene la lingua e cominciare a leccargli il culo. Dobbiamo spiegare quello che siamo venuti a fare e gli spostamenti che seguiranno nei prossimi giorni; ogni volta esibiamo i nostri mandati ufficiali in cui si dichiara che lavoriamo per MSF e che abbiamo l’autorizzazione ufficiale di passare liberamente, ma ogni volta qualcuno trova un pretesto, o un’ipotetica irregolarità, con la semplice scusa di spillarmi un po’ di soldi. Quando porgo il mio mandato al signore di fronte a me, lui comincia a leggerlo con finto interesse; poi lo copia, trascrivendolo tutto, virgola per virgola. Io ne ho diverse copie in realtà, ma se non domandano non le consegno. È una mia piccola vendetta nei loro confronti; che ci mettano pure un quarto d’ora a trascrivere il tutto!! Come da copione il tizio comincia a dire che manca il nome di chi l’ha redatto e che non va bene; io gli faccio notare che forse gli è sfuggito, ma è scritto in stampatello proprio sopra la firma; lui guarda meglio, poi annuisce e continua a osservare cercando un altro appiglio. “Il tempo non è specificato correttamente”, e io “c’è scritto meno di due mesi, mi sembra abbastanza chiaro. In ogni caso siamo soltanto di passaggio a Kamonia, domani mattina ripartiamo verso Kamako”. A questo punto mi chiede il passaporto; glielo consegno e comincia ad osservarlo; diversi minuti… poi decide che deve trascrivere i dati, per mia sicurezza, così può tenere a mente che sono nella ZS di Kamonia. “Certo” gli rispondo io con un sorriso cordiale “immagino che sarà difficile tenere a mente tutti i mzungu che passano di qua”; Michel nasconde un sorriso e mi tira un calcio sotto al tavolo, mentre io continuo a sorridere come se avessi detto una gran cortesia. Il tizio annuisce ancora e continua a scrivere; se non è scemo lo nasconde proprio bene…
Questa trafila è eterna. Sempre. E si ripete ad ogni grande villaggio. La mia cortesia e la mia pazienza di fronte a gente così, inizia a volgere al termine; sappiamo tutti benissimo dove sta cercando di arrivare; preferirei che lo dicesse subito invece di passare per deficiente cercando motivazioni inesistenti, così io potrei rispondergli che non vedrà alcun soldo uscire dalla mia tasca per posarsi nella sua mano e che siamo passati da lui soltanto per pura cortesia, perché il foglio che ha sotto gli occhi è firmato da qualcuno con più autorità di lui. Ma in Congo i tempi brevi sono un’utopia e questi burocrati non hanno niente da fare tutto il giorno, per cui possono prendersela con grande calma.
Mentre osserva il visto sul mio passaporto il piccolo genio trova un’altra pecca: “ il visto dice che la validità del tuo soggiorno è di sei mesi, ma non c’è scritta la data di scadenza”. Finto sorriso di cortesia e rispondo “c’è la data in cui è stato validato e dice che ha valore di sei mesi, vede qui? Luglio 2010. Ora, se contiamo sei mesi, conti insieme a me, Agosto, Settembre, Ottobre, Novembre, Dicembre e Gennaio. Mi creda, è molto chiaro. È stato controllato all’aeroporto, a Kinshasa e in tutti i posti di blocco da Kinshasa fino a qui; il mio passaporto non ha nulla che non va”.
A questo punto, grazie al cielo, si arrende e afferma che tutti i documenti sono in regola (ma va?!), ma prima di riconsegnarmeli, cala il sipario e domanda: “bene…e una piccola bevanda a questo funzionario non gliela vuole offrire?” Non guardo Michel, perché nel linguaggio non verbale di MSF, se in una situazione del genere un espatriato guarda un collega congolese, significa che ha bisogno di aiuto, mentre io non vedevo l’ora che questa domanda arrivasse. “Signore” gli rispondo con tono grave “la mia presenza qui è dedicata al bene della comunità. Offrirle da bere sarebbe una grave offesa per tutto il resto delle persone per le quali sono qui.” Lui annuisce e mi porge i documenti ed io trionfante li infilo nello zaino; poi ci congediamo e torniamo verso l’hotel. Michel se la ride ancora; anche io sorrido con lui, ma la verità è che non ne posso più di questo tipo di gente…
Nel pomeriggio ci rechiamo all’ufficio centrale, responsabile della salute in tutta la ZS, e raccogliamo qualche dato. In questa missione abbiamo diversi mandati: il primo, e più importante, è quello di valutare le cifre reali (per quanto sia difficile considerarle davvero attendibili) degli espulsi dall’Angola e soprattutto le condizioni nelle quali i congolesi in Angola vengono identificati, arrestati ed espulsi e nelle quali vivono in seguito al loro rientro forzato in Congo. Come seconda cosa, dobbiamo confermare la presenza di un’epidemia di morbillo, in quanto ci sono arrivate notizie contrastanti, e dulcis in fundo eseguiremo una breve valutazione di ogni struttura sanitaria nei vari villaggi, o Aire de Santée (AS), che visiteremo. Normalmente l’ufficio centrale, o Bureau Centrale de la Zone de Santée (BCZS), raccoglie tutti i dati di tutte le AS di sua competenza, per cui è un ottimo punto di partenza per il nostro lavoro. Qui infatti ci riferiscono che le cifre dei rifugiati non sono così elevate come annunciato dai giornali, ma che diversi casi di morbillo sono realmente presenti in molti dei villaggi della ZS. Prendiamo nota, ringraziamo, facciamo qualche foto alla mappa della ZS e poi andiamo a valutare l’ospedale generale, che si rivela la solita struttura inadeguata con i soliti problemi: sala operatoria presente ma senza elettricità; sterilizzatrice inutilizzata, sempre a causa della mancanza di elettricità; farmacia totalmente vuota; latrine luride; inceneritore in condizioni pessime; totale mancanza d’acqua e di disinfettanti e nessun metodo per lo smaltimento dei rifiuti organici.
Compiliamo le varie schede di valutazione, ringraziamo e torniamo in hotel. Passiamo la serata a redigere il rapporto quotidiano da inviare alla coordinazione e a stabilire gli spostamenti per la giornata successiva; poi, a notte fonda, andiamo finalmente a dormire.
Domani attraverseremo il fiume e ci dirigeremo verso i villaggi di frontiera.
