2010-12-03 Profumo di diamanti

Posted: gennaio 19, 2011 in Kinshasa

In questa settimana abbiamo lavorato incessantemente, alzandoci alle 5.00 del mattino e andando a dormire all’1.00, sempre del mattino. Da Kamonia ci siamo diretti a Kamako, poi a Tshitambeji, Kabungu e Mayanda. Abbiamo attraversato fiumi su piroghe e piattaforme; abbiamo viaggiato in jeep, in moto e a piedi; abbiamo patito la fame, la sete, il caldo micidiale del sole africano e la violenta pioggia che si può scatenare in un istante. Ma quello che abbiamo visto ci ha fatto comprendere che avevamo una valida ragione per essere qui.

Tshikapa è stato il primo villaggio in cui i nostri campanelli di allarme hanno cominciato a suonare. È stata la nostra prima tappa nei villaggi di frontiera perché diversi casi di notificazione di morbillo provenivano da lì e, in effetti, appena arrivati abbiamo constatato che, tra i tanti bambini che ci correvano incontro per salutarci, molti erano coperti dalle eruzioni cutanee tipiche di questa malattia. La strategia adottata è stata quella di eseguire uno screening porta a porta in tutte le case del villaggio, per verificare il perimetro brachiale (per la malnutrizione) dei bambini tra i 6 mesi e i 5 anni e avere la possibilità di domandare alle persone se ospitavano dei rifugiati. Lo screening della malnutrizione doveva essere soltanto un pretesto per avere diretto accesso alle case degli abitanti dei villaggi, ma il dato che ne è emerso è altamente preoccupante: una percentuale di malnutriti gravi del 19%, quando già un valore del 10% sembra meritare un’accurata inchiesta nutrizionale.

Così, un’altra urgenza si è aggiunta alle altre, con l’aggravante che, morbillo e malnutrizione quando concomitanti, aumentano enormemente il tasso di mortalità nei bambini al di sotto dei 5 anni. A questo punto abbiamo avvisato la coordinazione che ci ha autorizzato a svolgere una breve inchiesta, dalla quale abbiamo individuato la causa principale di questo disastro: i diamanti.

I diamanti si sono rivelati la causa principale di tutte problematiche che dovevamo prendere in esame in questa zona. Trovarne uno è garanzia di denaro, perché dovunque nei villaggi ci sono decine di costruzioni di compratori. Non sono per nulla nascoste, anzi, il marchio è ben in vista e gli uffici sono ben verniciati e con scritte elaborate. Tutta l’attività economica di questi villaggi è incentrata sulla ricerca di pietre preziose.

I più ricchi hanno acquistato interi appezzamenti di terra in cui la gente comune è libera di scavare, ma se trova un diamante, allora è obbligata a rivolgersi al proprietario del terreno che deciderà quanto pagarglielo. Ovviamente la somma che l’individuo riceve è misera in confronto al prezzo di mercato della pietra, ma se non la si consegna al proprietario del terreno si può anche essere arrestati, se non uccisi.

Così, per evitare questo sistema di sfruttamento, centinaia di congolesi attraversano la frontiera e vanno a cercare diamanti in Angola, dove però la legge prevede che soltanto le aziende del governo hanno il diritto di scavare.

I militari angolesi pattugliano villaggi e foreste alla ricerca dei congolesi e quando li trovano li arrestano e li rispediscono alla frontiera, ovviamente dopo averli pestati, derubati e abusato delle donne. Quando i congolesi rientrano in RDC non posseggono nulla, spesso sono stati separati dai loro parenti, o i militari li hanno uccisi, e non hanno nemmeno il denaro per comprarsi i vestiti.

Quelli che rimangono in Congo a scavare le terre altrui, non hanno certo la garanzia di trovare qualcosa, né tantomeno di ricevere il giusto compenso; eppure il richiamo del denaro facile è più forte di tutto e li spinge a trascurare, anzi abbandonare quasi del tutto, l’agricoltura. Il risultato è che il denaro continua a rimanere soltanto un’illusione, mentre la fame diventa sempre più concreta.

Centinaia di bambini hanno un perimetro brachiale che col braccialetto MUAC è rosso. Questo vuol dire che la circonferenza del loro braccio è inferiore a 114 millimetri; abbiamo trovato una bambina con un perimetro brachiale di 76 mm!

E davanti a questa assurdità io sono andato totalmente in palla.

Cosa si fa in un paese che non vuole essere aiutato…? Io non lo so più cosa ci faccio qui. Per molti anni la mia ingenuità mi ha suggerito che i principali responsabili delle condizioni del terzo mondo fossero le potenze, il che resta totalmente vero. Quello che non pensavo però, è che la popolazione stessa dei paesi africani, in questo caso del Congo, giocasse un ruolo fondamentale nel suo restare perennemente povera e sfruttata. Non so se è colpa dell’ignoranza, della cultura, delle mentalità generali, del crescere per lunghe generazioni in un mondo che ti sputa sempre in faccia o di una miscela di tutto questo, ma quello che vedo intorno a me è uno sciame di persone egoiste, approfittatrici e avide; tutte… o quasi.

Non esiste un solo posto di blocco da Kinshasa fino alla frontiera meridionale del Kasai Occidentale in cui i poliziotti non ci abbiano chiesto una mazzetta per continuare il viaggio, nonostante i documenti fossero tutti a posto. Non ho visto un solo militare che non fosse ubriaco e che non sia venuto verso di me con fare ammiccante, lanciandosi in conversazioni che nemmeno lui comprendeva, costruendo un discorso articolato per poi arrivare alla fine e chiedermi: “allora, fratellino mio, cosa puoi fare per me?”

Non c’è stato un solo funzionario che non si attendesse una mancia soltanto perché aveva messo un timbro sul nostro lasciapassare. In ogni posto di blocco abbiamo dovuto discutere per tempi incredibili, cercando di spiegare che non si “fa un regalo” ad una persona che ha semplicemente fatto il suo lavoro che, tra l’altro, gli ha richiesto mezzo secondo. E che non sta scritto da nessuna parte che si debba pagare un pedaggio ad ogni posto di blocco; né che si debba dare una somma di denaro ad una persona che ci ha messo tre quarti d’ora a controllare 4 fogli uguali, già firmati da autorità più alte in grado, in cui si dichiara che l’équipe di MSF ha il diritto di oltrepassare tutti i confini delle Provincie, per recarsi nella tal destinazione a compiere tale missione umanitaria. E oltre tutto, non si ricattano i membri delle ONG soltanto perché c’è un bianco, anche se i termini non erano proprio questi.

“Va bene” ho pensato “sono persone che hanno un briciolo di potere nelle mani e ne approfittano; lo sapevo già che funzionava così”. Ma poi pian piano, mi sono reso conto che non erano soltanto loro a cercare di approfittare della mia presenza. Ogni persona con cui ho parlato, con cui ho cercato di costruire una conversazione, o semplicemente che ho incrociato per la strada, mi ha chiesto del denaro o, più raramente, del cibo. “Sono poveri” mi sono detto “e io per loro sono un salvadanaio che cammina; mi incrociano per un istante e cercano di prendermi qualche moneta”; con le persone che incrociavo per la strada ci poteva stare questa spiegazione, ma poi mi sono reso conto che anche le persone con cui avevo più confidenza facevano le stesse richieste, soltanto con il sorriso sulla faccia, come sotto forma di domanda burlona alla quale, chissà, avrei anche potuto dire di si, spinto dalla simpatica  formulazione della richiesta. Chiunque qui è attratto dal denaro semplice e veloce da trovare, che sia un bianco che incrocia la loro vita, o che sia l’illusione che un diamante sa creare. E così spremono la loro terra così come spremerebbero me, per il semplice fatto che nasconde tanti soldi, che comunque poi verrebbero sputtanati in alcool nella maggior parte dei casi. Solo che la terra non ha volontà propria e non è protetta da leggi, per cui su di essa si sfogano forsennatamente, perché di ricchezza ne promette tanta.

Ed anche le classi più umili, anzi soprattutto le classi più povere, si sono abbandonate a questa illusione, ed hanno trascurato l’agricoltura per scavare in cerca di diamanti. Qualcuno ne hanno trovato, e qualche soldo l’hanno guadagnato; ma questo ha causato la febbre del giocatore d’azzardo, in cui quando vinci ti dici che puoi vincere di più. L’esistenza di interi villaggi si è dedicata alla ricerca dei diamanti e, totalmente assuefatti dal loro profumo, hanno abbandonato una vita fatta di coltivazione povera, ma che comunque garantiva l’auto sussistenza, per abbracciare una vita forgiata dall’illusione di poter trovare velocemente dei diamanti, e quindi tanto denaro tutto in una volta. Il fatto che i diamanti, fino ad ora, abbiano fatto diventare ricche soltanto pochissime persone non sembra illuminare nessuno sulla follia di questa malattia sociale. E anche messi di fronte al fatto che i loro figli sono gravemente malnutriti, non si sono minimamente sentiti in colpa; non hanno nemmeno preso in considerazione un ritorno all’agricoltura.

Quando ho fatto notare ad una madre che suo figlio era gravemente malnutrito, lei mi ha risposto sorridendo: “qui da noi non è come da voi; voi avete tanti soldi, noi no”. Me lo diceva sorridendo, come se fosse normale che suo figlio morisse di fame perché lei rifiutava di coltivare un campo. Nessuno pensa di fare quello che può con quello che ha, tutti si aspettano che le soluzioni cadano dal cielo o le porti qualcun altro, o siano date dal trovare tanti diamanti.

Perché in fondo, chi cerca un diamante pensa unicamente a come la sua vita potrebbe cambiare se avesse tanto denaro, il che molto spesso non va oltre lo stare seduti tutto il giorno in compagnia di una birra e del dolce far nulla. E se si fa un piccolo balzo nella scala sociale e si passa a quelle persone che lavorano in ospedali, centri di salute o uffici vari, ci si rende conto che, di interesse nel progredire e nel pensare in grande, come al bene della comunità, non ce n’è alcuno. Gli infermieri passano le giornate seduti a chiacchierare o sonnecchiare; stanno li ma tanto medicine non ne hanno e poi l’spedale è sguarnito, anzi non c’è nulla, e nessuno gli  manda nulla e le cose dal cielo non piovono e bla bla bla. Hanno smesso di riflettere su come adattarsi. Se sul pavimento dell’ospedale crescono le erbacce e se in mezzo ai letti strisciano delle serpi, nessuno si prende la briga di porre rimedio. Non serve denaro per strappare delle erbacce no? E invece si, perché nessuno ritiene che rientri nelle sue funzioni e nessuno lo fa gratuitamente e, visto che nessuno paga perché vengano strappate delle erbacce in un ospedale in culo al mondo, quelle erbacce restano li, probabilmente per sempre, passando tutte le ispezioni senza che nessuno mostri il minimo interesse. Tutti si giustificano dicendo “qui è così”.

Maman Cécile mi ha raccontato che suo figlio ha avuto la meningite da piccolo, durante una piccola epidemia. Lo ha portato in ospedale, dove sia lui che gli altri bambini malati dovevano ricevere la terapia ad orari ben precisi, compresa la notte. Soltanto che nessuno si presentava mai per dare la terapia e quando Maman Cécile andava ad avvisare, gli infermieri si scocciavano e le dicevano che non poteva dir loro cosa fare soltanto perché anche lei è un’infermiera. Alla fine Maman Cécile prendeva il materiale ed eseguiva da sola l’iniezione su suo figlio, ma era obbligata ad essere sempre presente.  Tra i malati di meningite in quell’ospedale, suo figlio è stato l’unico a salvarsi …

Sempre Maman Cécile mi ha raccontato anche che in un altro ospedale era arrivato da poco un nuovo medico responsabile, il quale, non avendo molti soldi, aveva escogitato un piccolo, ma geniale piano: aveva acquistato uno scatolone di gessi e li aveva regalati alla scuola li vicino, così, per ringraziarlo, gli alunni avevano passato il fine settimana a strappare le erbacce all’interno delle camere di degenza. Poi aveva fatto fare dei letti decenti e stava cominciando ad acquistare anche qualche materasso. Nel giro di un paio di mesi la gente che veniva a farsi curare, nonostante tutti gli ospedali in Congo siano a pagamento, era raddoppiata. Il dottore acquistò della vernice e fece ritinteggiare le mura e cominciò ad esigere più pulizia all’interno delle camere e ad ogni mese l’ospedale registrava in media 4 nuovi casi; la gente veniva dai villaggi vicini a farsi curare.

Peccato che, alla visita di ispezione, il medico di distretto abbia deciso che, col suo atteggiamento e con il suo sperpero di denaro, il medico avesse messo in cattiva luce tutti gli altri ospedali, che avevano perso i loro pazienti. E quando le pressioni diventarono insopportabili, il medico piantò tutto e se ne andò, arrendendosi, come ogni persona che ha voglia di migliorare questo Congo è spinta a fare.

E così, durante il viaggio di ritorno di questa dura missione, al confine tra il Kasai Occidentale e il Bandundu, la scena si ripete per l’ennesima volta: mentre un funzionario richiede la sua mazzetta per il timbro (lo stesso funzionario con il quale avevamo già largamente discusso all’andata), un soldato dietro di me, con la stessa semplicità con la quale da ragazzini si dialogava su chi pisciasse più lontano, domanda ad un collega quale infrazione possono inventarsi per spillarci qualche soldo. E ad incorniciare questa bella scenetta di onestà, un soldato visibilmente ubriaco attende che il sole sia tramontato e poi cala la bandiera del Paese.

E mentre Joel mi fa segno di togliermi il cappello di fronte alla bandiera congolese, prima che qualche poliziotto trovi un pretesto per inventarsi una multa, mi ritrovo a trattenermi dal ridere e dal piangere allo stesso tempo. Se rubi soldi al Paese va bene; se indossi una divisa, ti sbronzi e violenti una donna, nessuno dice niente; se in cambio di denaro lasci passare camion sovraccarichi che si schianteranno e causeranno la morte di decine di persone, nessuno se la prende. Però cazzo, se non ti levi il cappello mentre calano la bandiera del Paese, allora sono tutti d’accordo sul fatto che meriti una bella multa.

Questo è il Congo: un misto di ipocrisia, corruzione, avidità e menefreghismo. E che cosa speriamo di ottenere veramente, io non lo so più.

Commenti
  1. Ely scrive:

    E’ un po’ di tempo che seguo questo blog, ma non avevo mai commentato. Dispiace leggere dello scoramento, qui. Non so che dire. Penso che le persone come te siano li’ innanzi tutto per salvare delle vite, per dare una chance in piu’ di avere un destino diverso a uomini e donne che altrimenti non l’avrebbero, perche’ sono nati li’ e non in altri posti, e non e’ colpa loro. Che voi siate li’ o meno forse non fara’ differenza, per le autorità congolesi, ma per chi vi incontra si’, e molta.

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