2010-12-14 Pesci fuor d’acqua

Posted: giugno 1, 2011 in Kinshasa

L’esperienza mi insegna che quando qualcosa comincia male, continua anche peggio…

Venerdì ho consegnato il quaderno con tutti i documenti e le ricevute della missione in Kasai e, insieme a Dodie, abbiamo ricontrollato il tutto. Sfogliando le varie cartelline, Dodie si è imbattuta nel mio passaporto e mi ha domandato perchè lo tenessi lì. In realtà è semplice, quella è la cartellina con tutti i documenti importanti della missione e, siccome la custodivo io, ci ho infilato anche il passaporto.
Terminati i controlli (e non ci è voluto poco) non c’è stato tempo di riflettere sul da farsi con un pò di calma. C’era già un nuovo Therme de reference da preparare in poche ore, budjet da calcolare e materiale da suddividere in colli, il tutto in mezza giornata per poter partire il lunedì mattina.
Lunedì mattina ho ritirato il kit admin e lo stesso quaderno, o meglio, uno uguale, a quello della missione precedente, proprio quello nel quale conservavo il passaporto. Dopodichè siamo partiti in fretta e furia.

Una volta a Kikwit ci siamo preparati per andare a fare le dovute presentazioni alle autorità locali, così ho ripreso in mano il fatidico quaderno e sono andato a ricercare l’ordre de mission, rigorosamente riposto nella sua cartellina, ed il passaporto, terribilmente assente! Quando ho visto il vuoto lì dove quel maledetto libretto avrebbe dovuto essere, mi sono reso conto che quello che avevo tra le mani non era lo stesso quaderno della volta precedente. Non saprei spiegare la sensazione che si prova; è stato come quando ci si dimentica un compleanno importante, o un appuntamento; un misto di rabbia, delusione, preoccupazione e mortificazione.
Così ho chiamato la base per informare del piccolo disastro ed ho chiesto se era possibile scannerizzarlo e inviarlo sul nostro pc tramite satellitare. La risposta è stato il classico “Ti facciamo sapere” e mi hanno lasciato in una logorante attesa. Già me li vedevo i funzionari locali a perdersi in lunghi sproloqui su quanto sia inaccettabile non poter controllare personalmente la mia identità e di come, invece, diventerebbe tutto più semplice con una banconota da 5 $ nel taschino.
Pochi attimi dopo mi ha chiamato Cécile. Purtroppo però non era per il passaporto; “te li ricordi i campioni che abbiamo prelevato a Kamonia?” mi ha chiesto.
“Certo che me li ricordo, è tutta la settimana che aspettiamo i risultati”, ma mentre le rispondevo immaginavo già quello che stava per dirmi Cécile e che infatti lei ha confermato un attimo dopo: “ 3 su 4 sono positivi al morbillo”.
“La coordinazione sarà in fermento” ho risposto pensando ad alta voce.
“Si, Anna è corsa alla base”.
Magnifico, ho pensato sconfortato, questo vuol dire che, 1: c’è un’altra vaccinazione da organizzare, il che vuol dire un altro mese e mezzo nella savana e 2, ancor più grave, nessuno avrà mai il tempo di pensare al mio passaporto…
Ho ringraziato Cécile, poi ho raggiunto gli altri con aria un pò sconsolata.
“Hai trovato una soluzione?” mi ha domandato Michel.
“No, dobbiamo arrangiarci. Sono arrivati i risultati dei prelievi di Kamonia”
“E…?” mi ha risposto lui già sorridendo.
“Preparati a passare il natale in brousse” gli ho risposto contraccambiando il sorriso.

Ci siamo avviati verso il comune per fare le presentazioni e qui, finalmente, la mia teoria è stata smentita, perché il corso delle cose ci ha sorriso. Si da il caso che il capo della città, che noi chiameremmo il sindaco, fosse anche un medico e che del mio passaporto non gliene fregasse un fico secco; tutto quello che gli interessava era che qualcuno appoggiasse la città per far fronte all’epidemia di poliomielite. “Grazie al cielo” ho pensato, più per modo di dire che per reale sentimento di gratitudine verso l’universo.
Il medico sindaco, o sindaco medico, ha firmato i nostri ordini di servizio senza quasi leggerli e a quanto pare, una volta firmati da lui, nessuno in città ha l’autorità di eseguire un controllo sui documenti.
Dopo questa botta di culo, perdonate il termine, ci siamo diretti verso il bureau centrale, dove le cose sono state un po’ più difficili, anche se non per colpa dei miei documenti.

Un malato di poliomielite può contagiare 1000 persone, ragion per cui le soglie prevedono che un solo caso confermato faccia scattare lo stato di epidemia. A Kikwit sono già stati registrati 56 casi, e diversi sono confermati da analisi di laboratorio, almeno 13 decessi, per cui  la città è a tutti gli effetti sotto attacco. Kikwit però è fortunata perché è fortemente appoggiata dall’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Salute) e quindi i preparativi per la campagna di vaccinazione sono già in atto. Il problema è che si sono formati dei comitati, 7 in tutto, ognuno con un sottocomitato di supervisione. C’è il comitato per la logistica, quello per la presa in carico dei malati, quello per gli esami di laboratorio e così via. Quando ci presentiamo all’assemblea generale (mi sento più un politico che un infermiere) ognuno di noi dice il suo campo di lavoro; io sono un infermiere, con noi c’è il Dr Ernest, nientemeno che il responsabile medicale della coordinazione PUC, e Mick Mack, logista con un gran pelo sullo stomaco, ma un carattere che bisogna sopportare in nome della sua competenza.
Quello che l’assemblea generale vorrebbe fare è dividere la nostra équipe, così che il nostro logista lavori con il comitato dei logisti, io con gli infermieri del comitato della presa in carico ed Ernest con i capoccioni della coordinazione. Ci vuole diverso tempo per spiegare che MSF lavora con tutta la sua équipe al completo e che noi siamo qui soltanto per una valutazione della situazione generale. Abbiamo bisogno dei dati precisi con il numero dei casi e dei decessi nelle ultime settimane, abbiamo bisogno di vedere un malato con i nostri occhi, magari di fare anche un prelievo delle feci e di valutare i due ospedali di Kikwit.
Fortunatamente Ernest è il responsabile della missione ed è lui che deve dare tutte queste spiegazioni; io posso starmene in silenzio ad annuire con un espressione grave sul viso, possibilmente seria, nonostante di fronte a me ci sia il Medico a capo del Distretto, tutto elegante e pieno di voglia di trasmettere il suo senso di autorità, che però stona pesantemente con le sue simpatiche calze di Topolino impegnato in una solitaria partita a rugby. L’eleganza in Congo ha delle regole tutte sue.
Alla fine riusciamo a venirne a capo, anche se non so come perché io mi sono perso nel magnifico match di Topolino, e chiediamo di poter visitare i due ospedali. Il primo è a Kikwit Nord e si rivela essere un grande ospedale, decisamente un passo avanti rispetto agli altri che ho visto fino ad ora. Tutte le pareti esterne sono verniciate di pittura blu fresca; gli esterni sono puliti; la ripartizione dei reparti ha un senso logico; tutto il personale indossa la sua linda divisa e non c’è il classico odore da voltastomaco che invece pervade gli altri ospedali congolesi. Certo, per l’etica professionale c’è ancora molto lavoro da fare, ma tutto non si può avere. Quando arriviamo ci dicono che ci sono ben tre malati di poliomielite ricoverati, il che sembra essere una cosa rara, perché in genere le persone rifiutano di stare in ospedale ed il motivo è molto semplice: costa caro e non ci sono cure per la poliomielite.

La poliomielite è una malattia infame; normalmente si presenta con una febbre e un po’ di cefalea. Capirai, ci sono centinaia di malattie che si presentano in questo modo; solo che a un certo punto, dopo uno, due giorni o una settimana, iniziano le paralisi. All’improvviso non si riesce più a muovere i piedi, o un braccio, e in poco tempo ci si ritrova paralizzati. Nel 5% dei malati si manifesterà paralisi dei muscoli respiratori e del diaframma e la morte sopraggiungerà in modo decisamente tremendo, sia da subire che da vedere.
In genere, l’unica presa in carico che si adotta è quella dei massaggi; non esiste una cura specifica e, anche se il paziente rimane in ospedale, tutto quello che il personale farà sarà osservarlo mentre muore, più o meno lentamente, più o meno agonizzante.
Quando arriviamo al letto del primo malato lo osserviamo tutti come se fosse una strana attrazione. È un diciannovenne e presenta già una paralisi estesa agli arti inferiori, ma Ernest osserva ad alta voce che non sembra ancora esserci distress respiratorio. “No non c’è ancora” gli risponde un’infermiera “altrimenti starebbe già morendo”. Ecco, penso io alzando gli occhi al cielo, questa si che è etica professionale; la Stellino sarebbe orgogliosa…

Proseguiamo verso la pediatria, dove troviamo un bambino di 9 anni. Quando arriviamo non c’è nemmeno l’ombra di un’infermiera. Cerchiamo un po’ nelle stanze accanto, poi il medico che ci accompagna perde la pazienza e lancia un urlo. Da uno stanzino lì accanto escono 4 infermiere con il viso stropicciato che stavano bellamente dormendo; salutano il medico con reverenza e tengono la testa bassa durante tutto il cazziatone che segue. Probabilmente quando ce ne andremo se ne torneranno nello stanzino come se nulla fosse. Visitiamo velocemente il bambino, poi, una delle infermiere ci informa che ce n’era un altro con sintomi di  poliomielite, ma è morto qualche giorno prima.

“Quando è morto?” chiede il Dr. Ernest.
Silenzio…
“Quando è morto il bambino?” chiede il Dr. Ernest, ancora.
Silenzio…
Le infermiere si guardano come se gli avessero chiesto di recitare la Divina Commedia, poi una risponde, “Domenica…credo”.
È morto due giorni fa e nessuno se lo ricorda.
“E perché non avete comunicato il decesso?” si infervora il dottore che ci accompagna. Ma la risposta non arriva.
“Qual’era il quadro generale al momento della sua morte?” chiede il Dr. Ernest.
Silenzio…
“Quali segni clinici ha manifestato?” chiede il Dr. Ernest, ancora.
“Io ero in congedo” risponde una.
“Io non c’ero” risponde un’altra.
“Ah bene” risponde il Dr. Ernest, “il bambino sarà morto da solo, tanto anche se c’eravate stavate nello stanzino”.
A questo punto una di loro, che ancora non aveva parlato, cerca poco abilmente di cambiare discorso dicendo che la mamma, quella col bambino vivo, anche se per poco probabilmente, a pochi centimetri da noi, vuole lasciare l’ospedale.
Il medico con noi a questo punto se ne esce con la solita frase “Per forza, non abbiamo i mezzi per curarlo”.
Allora io mi incazzo. Mi incazzo proprio come poche volte mi sono incazzato.
“No non è questo il punto dottore” gli dico, “il punto è che a queste persone non gliene frega proprio niente di curare i malati; se ne stanno nel loro stanzino a dormire; un bambino è morto due giorni fa e nessuno se ne ricorda, nessuno sa come è morto, rispondo “boh” alle domande e hanno l’indifferenza dipinta in faccia. Pure io me ne andrei da questo ospedale. Non serve avere una bella struttura come questa se poi ci lavora gente simile.” Quindi lancio uno sguardo carico di disprezzo alle infermiere, ma carico come veramente se lo meritano, e me ne vado.
Ecco che fine fanno i 4 mesi che ho passato a cercare di imparare a contenermi e ad affrontare le situazioni con diplomazia. Appena fuori, mentre cerco di calmarmi e di non prendere a calci niente, mi rendo conto di aver fatto un’altra cazzata. Ernest, che tra l’altro è il mio capo, mi raggiunge poco dopo.
“Scusa” gli dico con la coda fra le gambe.
E lui risponde “E di cosa? Hai fatto benissimo. La schiettezza di voi expat alle volte è meglio dei nostri sorrisi a denti stretti”.
Non male come teoria; la posso assumere come avocato Dr. Ernest?

L’ospedale di Kikwit sud è un altro mondo, in tutto. La struttura è uno schifo, o meglio, è in pieno standard congolese, ma il medico responsabile ed il personale sono l’esatto opposto rispetto a Kikwit nord. Il medico conosce a memoria nome e cognome di tutti i malati che sono deceduti per poliomielite. Kikwit sud è l’epicentro di questa epidemia, nonostante disti appena un chilometro da Kikwit nord. I 56 casi sono stati registrati quasi tutti qui e, proprio mentre ci presentiamo, il medico riceve una telefonata. È stato trovato un altro caso, un bambino di 3 anni, già con paralisi agli arti inferiori. Il dottore ci dice che è una situazione difficile, i pazienti muoiono a grappoli perché non dispongono di ossigeno da somministrare ai malati con difficoltà respiratorie. Alcuni che fino al giorno prima camminavano, un giorno dopo muoiono, spossati e soffocati. Molti non vengono nemmeno in ospedale e muoiono in casa o si affidano alla medicina tradizionale, cioè quella degli stregoni o tutti gli altri nomi che gli antropologi amano attribuirgli. Un paziente che si era affidato alla medicina tradizionale in seguito è venuto in ospedale; non ha voluto dire che trattamento aveva ricevuto dallo stregone, sciamano o che dir si voglia; quando è morto gli hanno trovato delle foglie di non so cosa nell’ano. Chissà qual è il trattamento per le emorroidi allora… penso; cinico, lo so, ma è tutto talmente assurdo…

Il paziente che visitiamo ha la morte negli occhi. Gli arti inferiori ed il braccio sinistro sono paralizzati e la dispnea (difficoltà nel respirare) è evidente tanto quanto la sua rassegnazione e la sfiducia in un sistema sanitario che non ha potuto far altro che farlo sdraiare vicino ad una finestra. Ha trent’anni; e questo è un altro segno che indica quanto sia grave la situazione. Normalmente i più colpiti sono i bambini, in particolar modo quelli sotto i 5 anni, ma questa epidemia non guarda in faccia nessuno; sta stroncando grandi e piccoli in egual modo e corre veloce; sono già stati registrati i primi casi anche a Kinshasa e MSF ha già vaccinato tutto il suo staff nazionale, famiglie comprese. Ecco perché si rende necessaria una vaccinazione in tutto il paese, il che, è stato stimato, costerà circa 36 milioni di dollari. Non a MSF; la vaccinazione è appoggiata dall’OMS, ma chi sborserà il denaro non si sa ancora.
La nostra valutazione è terminata. La malattia c’è, eccome se c’è. Tornati a Kinshasa la coordinazione elaborerà un piano di presa in carico dei malati per non lasciarli morire in questo modo vergognoso, mentre la vaccinazione verrà lasciata a chi di dovere. Domani eseguiremo delle rapide, ma specifiche, valutazioni dei due ospedali per decidere in quale dei due far ricoverare i malati. Mi sembra evidente che sarà il bell’ospedale di Kikwit nord, per il semplice fatto che ha più posti letto e più personale, se proprio vogliamo definirlo personale.

Chissà se la Stellino verrebbe a fare una piccola lezione di etica professionale a quelle infermiere. Potrebbe fare miracoli.

Commenti
  1. ely scrive:

    Forse piu’ che le lezioni serve il buon esempio, per cambiare le cose? Mi chiedo quanto sia difficile impegnarsi quando senti che non c’e’ una mentalita’ condivisa… magari si ottengono buoni risultati lo stesso, ma il vissuto e’ differente, credo.

    • 1mzungu scrive:

      Eh si, questa è una cosa che ho vissuto r che mi ha fatto riflettere parecchio nell’ultimo periodo della mia missione, quando ormai mi sentivo svuotato e mi rendevo conto di non avere più tutta quell’energia iniziale.
      Mi sono spesso chiesto quanto di quel sentimento fosse dato dalla mancanza di un progetto e di una volontà comune; dal fatto che lavoro con e per persone che non credevano minimamente che i nostri sforzi servissero a qualcosa. La risposta è semplice: MOLTO.

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